lunedì 28 aprile 2014

Tirana dalla N alla Z

Un paio d'anni fa ho scritto due post in forma di "glossario" in cui per ogni lettera riportavo una parola per me significativa della mia vita in Germania. Per pigrizia e calo d'ispirazione avevo abbandonato il progetto a metà, ma stasera ho deciso di concludere le lettere rimanenti adattandole però al mio nuovo viaggio in Albania.
Eccovi dunque, dopo Ein Jahr ist vorbei (parte prima e parte seconda), Tirana dalla N alla Z! 

N come NEVE - E' inutile, credo che ormai si tratti di destino, karma o più semplicemente sfiga colossale. Non importa che prima di partire tu abbia controllato ossessivamente il meteo che prometteva tre settimane di sole e caldo quasi estivo, non importa che Tirana sia alla stessa altezza di Bari e che quindi fosse ragionevole presupporre temperature miti e soleggiate, non importa che la tua fiduciosa valigia fosse piena di sandali e t-shirt: la bianca stronza ti seguirà comunque, regalandoti brividi di gelo a fine aprile, lasciandosi ammirare sulla cima delle montagne poco distanti da Tirana, lanciandoti occhiate languide nel suo immacolato candore. Maledetto freddo, e io che ho portato pure la crema solare. 

O come OGGI - A che serve preoccuparsi per il futuro? A che serve programmare? Qui si vive alla giornata, non si fanno progetti a lungo termine soprattutto per le piccole cose quotidiane. Ordini il pesce al ristorante? Mezz'ora dopo vedi arrivare un cameriere col sacchetto del mercato e quattro pesci freschi appena comprati, pronti per essere messi sulla griglia. Ti sei dimenticato di prendere lo spazzolino e te ne accorgi solo dopo cena? Un negozio aperto si trova sempre anche di sera, non c'è da preoccuparsi troppo. 

P come PËRSHËNDETJE - Che sarebbe "ciao", e dà l'idea di quanto difficile sia la lingua albanese!! E' una delle quattro parole che ho imparato (insieme a buongiorno, grazie e arrivederci), ringraziando ogni giorno che quasi tutti gli albanesi parlino senza problemi l'italiano.

Q come QOFTE -  che si legge Ciòfte, e sono delle polpettine poffose* buonissime in un sughetto buonissimo cotte in una ciotola di terracotta nel forno a legna. Mi viene fame solo a pensarci, ed è uno dei motivi per cui Tirana non è completamente da buttare.

R come RISCHIO - Leggasi il capitolo sul tentativo di creazione di un superuomo da parte dei tiranesi: salto del tombino, slalom tra gli ostacoli, schivata dell'autobus impazzito e corsa della morte altrove nota come attraversamento pedonale sono sport in cui gli albanesi competono ad alti livelli. 

S come SIGARETTE - Ma lì c'è scritto "No smoking!". Segue grassa risata.

T come TAXI - Ne ho presi due. Sul primo mi sono sentita protagonista di un rally mozzafiato all'insegna dello sprezzo per il codice della strada, sul secondo ho imbastito una conversazione in italiano con un tassista che parlava solo albanese che ha cercato di appiopparmi il suo figliolo fisarmonicista come fidanzato a sorpresa.

U come UGOLA - Sarà anche registrata, ma la voce del muezzin che si diffonde dagli altoparlanti delle moschee ha un fascino incredibile...Siamo vicini a casa tutto sommato, ma per noi quella litania apre immediatamente nell'immaginazione uno squarcio d'Oriente misterioso.

V come VERDURA - Non ce n'è per nessuno, signori. Non dimenticate che vivo in Germania, dove indipendentemente dalla forma e dal colore la verdura ha sempre lo stesso sapore triste e indefinito! Non sono mai stata una verdurofila ma qui tutto ciò che nasce dalla terra e dagli alberi ha un sapore eccezionale, capace di convertire la più convinta carnivora come la sottoscritta in una simpatizzante entusiasta di zucchine e spinaci!! 

Z come ZOPPA - Ovvero la sottoscritta, che dopo due intense settimane di lavoro aspettava con ansia gli ultimi giorni liberi, già programmati e intensamente pregustati per gironzolare liberamente alla scoperta delle bellezze nascoste nei dintorni della città. Non ho fatto nemmeno in tempo a raggiungere il primo bus che doveva portarmi a visitare una bella località fuori Tirana: uno strappo inatteso e ampiamente maledetto in questi giorni mi ha costretta all'immobilità forzata! Non mi resta che sognare i posti che non ho visto e che immagino bellissimi e ricchi di storia e folklore...e attendere il prossimo viaggio in terra balcanica!

Mirupafshim, Tirana!

Entrare in un negozio e farsi mettere in mano una chitarra dal proprietario,
che attacca O sole mio col mandolino: fatto! (da mio papà) Only in Tirana :)



*aggettivo preso dal blog di Tegamini, entrato immediatamente nel mio vocabolario.

domenica 20 aprile 2014

Al mercato

Tirana - Il mercato
Non ne potevo più di stare tappata al chiuso.
E' domenica, è festa: devo assolutamente uscire e approfitto della pallida occhiata di sole per calarmi nei miei panni preferiti, ovvero quelli dell'esploratrice spaesata.
Cosa c'è di più bello che camminare a caso per ore immergendosi in una città nuova, senza meta, senza guida, senza mappa e - non vale barare - senza wi-fi?
Persino questa città riacquista del vago fascino, se guardata con distacco.
Nonostante la fanghiglia, il traffico incessante (è la domenica di Pasqua ed è mezzogiorno, togliete i vostri culi dalle macchine porca miseria!!), il rumore e le abitudini discutibili di una città che ancora dopo due settimane fatico a comprendere, la gioia di girovagare mi pervade ed è immensa.
La cosa bella è che qui nel centro di Tirana c'è sempre mercato. Legale, illegale, sotto banco, per passaparola...E' lo stesso. La piazza del mercato brulica di colori e odori, il profumo della frutta fresca si mescola con l'odore acre del tabacco e altre puzze non meglio identificate, le voci alte dei venditori si intrecciano in una melodia incomprensibile ed irresistibile, contrappuntate dal cinguettio delle gabbie degli uccelli in vendita e dall'uggiolare dei cuccioli rinchiusi, nella triste attesa di essere comprati ed amati.
Il mercato è un posto affascinante.
Vorrei curiosare tutto, annusare e toccare tutto, chiedere e fotografare tutto ma non posso: capisco bene che non sia usuale qui vedere una straniera aggirarsi al mercato da sola, e nonostante la gentilezza di molti la sensazione di avere dei riflettori puntati addosso con la scritta "pollo da spennare" non mi abbandona.
Ci sono tanti prodotti ignoti, e sono attratta da un cesto pieno di sassolini neri (riso? semi? frutta secca?) e da vere e proprie montagnole di striscioline bianche (crauti? spaghetti? vermi?), ma non appena il mio sguardo indugia un secondo di troppo in cerca di un indizio, le tre donne sedute sul marciapiede raccolgono i loro fazzoletti pieni di vermicelli bianchi e me li porgono cercando di imbonirmi in albanese.
Cosa vorranno? Convincermi della freschezza, propormi ricette, farmeli assaggiare? Mi limito a sorridere e a fare un cenno con la testa andandomene. Dannazione, adesso voglio sapere cos'è!
Adotto una nuova tattica: cammino veloce tra le bancarelle lanciando occhiate precise da massaia consumata, come se sapessi benissimo cosa sto cercando e dov'è; vedo tante cose sfuggendo allo sguardo catalizzatore dei venditori e mi allontano, proseguendo la mia passeggiata. Ma poi torno, ripetendo il giro all'inverso: adesso so cosa guardare, e cerco di carpire maggiori indizi prima di andarmene. E infine, al terzo giro: ah-AH! Kadaif! Una delle donne del marciapiede ha messo un cartellino scritto col pennarello davanti alla sua montagnola di vermicelli, e io esulto grata di quella scoperta: mi annoto la parola, e una volta tornata in albergo scopro che è quella specie di pasta-paglia che viene ricoperta da sciroppo di zucchero o miele e si usa sui dolci tipici della cucina mediorientale e balcanica. Fico!

Kadaif

Dopo un'ora di camminata però i miei polmoni implorano pietà: la cappa di smog è asfissiante dato che non piove, e comincio ad avere una vaga sensazione rantolante che preferirei rimandare a quando avrò novant'anni.

giovedì 17 aprile 2014

Sguardi

Tirana

Oggi ho scoperto un nuovo tipo di imprenditorialità. 
In mezzo alle decine di uomini intenti nel loro ciondolare quotidiano sulle panchine della piazza, la mia attenzione è stata attirata da uno di questi diverso dagli altri. Solo apparentemente indolente e sfaccendato, perché ha reinterpretato il concetto di guadagno in modo creativo: si è portato appresso la bilancia del bagno e l'ha posata ai piedi della sua panchina con tanto di cartellino del prezzo per pesarsi. Chi, passeggiando per la città, non ha mai sentito l'impellente bisogno di verificare che la propria massa corporea non abbia subito modifiche nel tragitto casa-panchina? Per soli 20 lek questo nuovo imprenditore di se stesso appaga il desiderio del pingue passante come della modella anoressica di accertare il proprio peso senza il fastidio di dover tornare a casa a fare i conti con l'odiata bilancia. In più la sua era così malridotta che in caso di insoddisfazione sul proprio peso si può sempre affibbiarle la colpa senza rimpianti.

domenica 13 aprile 2014

Adattamento - o di come non soccombere a Tirana

Caution! Post ad alto tasso ironico (ma non troppo) e polemico (ma non troppo). Astenersi permalosi, ipocriti e negazionisti. Maneggiare con cautela.

  • Regola d’oro per la sopravvivenza. Se non vuoi morire giovane, non attraversare mai le strade.
  • Essere pedone è una sfida alle convenzioni sociali. Se proprio devi attraversare una strada, attaccati ad un autoctono e buttati tra le macchine quando lo fanno loro: devono avere una passiva di intangibilità o qualcosa del genere, perché riescono sempre a sgusciare nel traffico come se fosse normale.
  • Simpatiche lucine. Spie luminose e sonore dell’auto sono simpatiche decorazioni che allietano la permanenza in taxi. Il tassista non mette la cintura, anche se i comandi dell’auto imperterriti continuano a fare deng deng deng e la spia luminosa lampeggia disperata, perché i due eventi non sono evidentemente correlati.
  • Voglio una vita spericolata. Il tassista alla fine decide con slancio creativo di mettere la cintura mentre con l’altra mano manda un sms e contemporaneamente imbocca una rotonda senza guardare a sinistra.
  • La strada e le sue regole (1). Non ci sono regole
  • La strada e le sue regole (2). Le precedenze non si rispettano, si interpretano.
  • La strada e le sue regole (3). La guida è creativa, una forma d’arte che come tale non va limitata né vincolata a regole. L’estro del tassista è sacro.
  • La poesia del quotidiano. Le frecce sono un accessorio del clacson. Il clacson è un mezzo di espressione e comunicazione, e come non può esistere il divieto di espressione, non si può pretendere di limitare l’uso del clacson. Sarebbe una lesione di diritti umani.
  • Vita sociale. La conversazione e lo scambio di idee sono fondamentali. Ogni posto è buono per fermarsi a scambiare due chiacchiere: il centro di una rotonda o una corsia di emergenza sono spazi aperti al confronto e al dialogo.
  • La legge si infrange per tutti. Come quelle della strada, anche le regole di comportamento vanno interpretate. Le leggi ci sono, e tutti le conoscono e le tengono ben presenti così da poterle infrangere con consapevolezza: il cartello “vietato fumare” è più che altro un accessorio da bar al pari del frigo o della macchinetta del caffé, niente di più.
  • Creazione del superuomo. Il traffico è chiaramente un problema che non sussiste. Il continuo afflusso di macchine favorisce la selezione naturale e la sopravvivenza degli individui geneticamente modificati compatibili con il luogo: polmoni foderati di catrame, udito bionico che supera la barriera di rumore, supervista resistente al fumo e allo smog. Le frequenti buche nei marciapiedi e tombini aperti non segnalati garantiscono la sopravvivenza ai soli individui dotati di acume, attenzione e vigore atletico, assicurando così la continuazione della specie di superuomo in grado di sopravvivere a queste latitudini.


mercoledì 9 aprile 2014

Inizia il viaggio! Chiacchiere da aeroporto...

Ed ecco che ritornano le avventure sparse di una musicista in viaggio!

Periodicamente mi torna la voglia di tenere un diario pubblico delle mie avventure a zonzo; so bene che è un progetto inesorabilmente destinato al fallimento o a una prematura fine causa incostanza della sottoscritta e/o sopraggiungere di nuove e mirabolanti idee altrettanto destinate al fallimento o a una prematura fine causa incostanza della sottoscritta e...eccetera.

Ma mi sono chiesta: e allora? Quando mi scappa la voglia di scrivere, non la tengo proprio.

Ovviamente scrivo per lo più scrivo cazzate, ma dato che è statisticamente provato che scrivere cose intelligenti aizza altri intelligenti ad aprire dibattiti non richiesti su qualunque argomento, che sia la deforestazione dell'Amazzonia o la ricetta della polenta uncia, ci rinuncio in partenza.

La voglia di scrivere e condividere i miei appunti -non richiesti- mi viene soprattutto quando sono in viaggio. E’ naturale, credo: siamo sempre portati per natura a confrontare abitudini, cercare stranezze e riferire aneddoti.

Oggi scrivo dall’aeroporto di Vienna: un superaccessoriato mega aeroporto dove passerei senza problemi tutta la giornata: ai gate oltre che le normali sedie troneggiano poltroncine e divanetti dove ci si può sdraiare, angoli con scrivania e separé per i computer addicted (guess who), prese di corrente ovunque per ricaricare telefoni e macchine fotografiche. E vorrei (AIUTO), vorrei veramente avere dei bambini per andare a giocare nella zona family, dove c’è un divano rotondo gigante, una parete intera con i cartoni, tappeti colorati e tavoli per disegnare!!
Se non fosse stato per la poliziotta acida che mi ha malamente apostrofato in lingua polaccungarica (mi rifiuto di credere che quello fosse austriaco, mi rifiuto) mi sarebbe sembrato di entrare in un centro commerciale superchic, ma più pulito, ordinato e con meno folla.
Le mie tre ore di attesa tra un aereo e l’altro sono così scivolate piacevolmente, impreziosite da una pausa pranzo con panino alle olive molliccio da otto euro annaffiato con acqua d’annata Evian da sei euro - il che mi ha ricordato la colazione da sceicco arabo (caffé e brioche, forse fatta con latte di dodo) pagata qualche ora prima a Lipsia.


Lipsia, l’aeroporto più desolato del pianeta. In realtà è bellissimo: intanto perché è a 15 minuti da casa, e poi perché è nuovo, scintillante e superefficiente. Solo che non c’è mai nessuno. Tanto che non hanno nemmeno ritenuto utile aprire un duty free, o un barettino o un giornalaio: una volta passati i controlli, sei loro prigioniero. Hai sete? Ca**i tuoi, dovevi pensarci prima. E ma l’acqua non me la fanno passare ai controlli...Ca**i tuoi uguale. Stamattina alle 6 poi il traffico passeggeri era talmente intenso che ogni singolo addetto ai controlli ha attaccato bottone con me con i pretesti più disparati. Tenerissimo il tizio che doveva solo controllare la carta d’imbarco per l’accesso ai nastri: prende il biglietto, se lo rigira un po’ tra le mani e attacca: “Bello viaggiare, eh?” Silenzio. Io, ancora addormentata: “Ehr...sì”. “Tirana, eh?”, senza accennare a restituirmi il biglietto. Lo guardo stralunata. Più che “Jawohl” con forzato entusiasmo la mia fantasia non riesce a partorire, e me ne vado un po’ dispiaciuta di non aver saputo cogliere l’attimo di profondo scambio culturale che avrebbe potuto nascere da quella conversazione antelucana.

Cos’avrà da offrire il prossimo aeroporto? Tirana, arrivo: stupiscimi!



lunedì 16 luglio 2012

Ein Jahr ist vorbei...parte seconda

Prosegue da qui la mia profonda e minuziosa analisi del mio primo anno in terra tedesca: la Germania vista da me dalla A alla Z, ovvero come vivere spaesati ed essere felici!

H come HIMMEL - Bello come il ciel di Lombardia quando è bello? No! Bello come il ciel di Turingia quando è bello! Dove il "quando è bello" è fondamentale, data l'esiguità di giornate serene a disposizione. Ma quando il sole finalmente arriva, non mi è mai capitato di vedere un'immensità così azzurro intenso, pulita e luminosa sopra la mia testa. E la sera, le nuvole si tingono di colori che da noi non esistono: rosso cupo, viola, blu, nero. Inutile dire che, in una piccola città immersa nella natura come Nordhausen, il cielo notturno è un'esperienza davvero imperdibile (quando è sereno, ovviamente): le poche luci artificiali permettono di godersi una volta celeste immensa punteggiata di stelle che sembrano lampioni tanto sono grosse e brillanti. E con un po' di nostalgia penso a quanto sarebbe bello godersi lo stesso cielo sdraiati nel tepore di una spiaggia italiana...  
I come ITALIA! - Inutile dire di no, i nostri "cugini" tedeschi hanno sviluppato per noi un imprescindibile sentimento di amore-repulsione che, volenti o nolenti, ci costringe a stare vicinivicini. Dicono di amare il nostro clima, la nostra cultura, il nostro mare, il nostro sole, il nostro cibo. Ma poi si lamentano del traffico, dello smog, dei ladri, del costo della vita. Come se noi non ce ne fossimo mai accorti, liebe Freunde! Non è che potete pretendere la perfezione, siamo italiani dopotutto. E allora si creano la loro piccola illusione d'italianità nel pieno rispetto della perfetta tedeschità, aprendo Restaurante Vero Italia Pizza Sprint un po' ovunque e spacciando Pene Arabiato come verace piatto italico. Ma comunque lo so, liebe Freunde, che in realtà continuate a sbirciarci con un po' d'invidia, cercando di capire come possiamo, noi bifolchi italioti, rovinare un Paese così bello. 
Quando lo scopriamo anche noi ve lo diciamo, comunque.  
J come JAWOHL - Ovvero l'arte di dire sempre di sì anche quando non capisci una mazza. 
Che è più o meno quello che mi capita ogni volta che entro in qualche ufficio o devo sbrigare qualunque cosa che non sia comprare un chilo di pomodori o suonare il pianoforte. Bisogna guardare con somma concentrazione l'interlocutore, aggrottando la fronte per fargli capire che sì, stiamo ascoltando e traducendo minuziosamente ogni singola sputacchiante sillaba del suo discorso (ricordate lo sguardo falsamente concentrato rivolto alla prof di matematica mentre vi rispiega per l'ottava volta il teorema delle funzioni implicite, sperando che noti la vostra totale abnegazione e comprensione della materia in modo che non vi faccia domande dopo?); interloquire di tanto in tanto con Jaa, Natürlich, Ach so, Stimmt. Annuire con espressione grave e pensosa. E pregare che lì dentro non ci fossero dei punti di domanda.
Kartoffelpuffer mit Apfelmus
K come KARTOFFELN - Il piatto nazionale della Germania. Qui i tedeschi esprimono al massimo potenziale tutta la loro fantasia culinaria. Rösti, insalata di patate, patate e cipolle, patate e cetrioli, patate e patate, Frittes, Kartoffelnudeln (pasta di patate, tipo gnocconi), Klöße (che sono dei pallozzi fatti di patate crude grattugiate), arrivando ad aberranti accostamenti che possono includere marmellate - dalla salsa di rabarbaro alla composta di mirtilli. Una cara amica mi invitò un giorno a casa sua a mangiare i Kartoffelpuffer, una parola dal suono puffoso che mi ha incuriosito. Non sono altro che frittelle di patate...che lei mi ha disgraziatamente servito con abbondante mousse di mela! E mentre cercavo di trangugiarle mi è apparso il santo protettore dei pizzaioli che scuoteva la testa, amareggiato. 
L come LINGUA - Scheiße! Non è un caso che questa sia la prima parola che mediamente ogni italiano impara non appena approda nel magico mondo della lingua tedesca: una bella parolaccia è quanto di più espressivo il malcapitato riesca ad esalare, dopo che la lingua gli si è attorcigliata in qualche groviglio di consonanti o quando si rende conto che l'acca, sì, maledizione, va pronunciata. Eichhörnchen, stupido essere peloso. Tanto per dirne una.
M come MODA - Argomento che mi sta a cuore per le grandi soddisfazioni che la sciatteria tedesca mi regala, facendomi sentire elegante e alla moda (leggere qui per approfondimenti). Tuttavia urge un rientro a Milano con impellente bisogno di shopping. Crisi dei saldi? Arrivo io!!

[...continua...]

Ein Jahr ist vorbei...parte prima

Quasi un anno è volato da quando ho deciso di imbarcarmi nella mia avventura tedesca: un po' come tutte le cose entusiasmanti e dense di novità mi è sembrato allo stesso tempo passare rapidissimo e interminabile. "Solo un anno??!!" e "Già un anno!" si fondono in un lasso temporale indefinito e mutevole, che in ogni caso sta per volgere al termine.
Una città nuova mi aspetta dietro l'angolo, una casa nuova, un lavoro nuovo, e una vita completamente nuova finalmente accanto a quel matto che per amore ha deciso di affrontare lo studio del tedesco e lanciarsi in quest'avventura con me!
Tempo di bilanci, ordunque! Un po' come a capodanno, quando blog e giornali fanno a gara per sciorinare il meglio e il peggio dell'anno passato, solo che io lo faccio a luglio...Veh, che originale! 

A come ADRENALINA - I primi giorni in Germania sono stati un vero tuffo nel vuoto: non sapevo cosa aspettarmi, come comportarmi, cosa sarebbe accaduto...La risposta: un bel niente! Certo, all'inizio è tutto diverso e incasinato, ma poi ci si accorge che la vita in fondo non è poi molto diversa da quella di sempre e che i tedeschi non stanno lì a scrutarti come se fossi una creatura aliena. In fondo la Germania è come l'Italia, solo più ordinata, più pulita, più fredda e con più consonanti.
B come BROKKOLI - Un giorno capirò perchè diavolo i tedeschi, che hanno una lingua così complessa e ricca di sfumature, non siano mai stati in grado di coniare alcuni semplici vocaboli preferendo invece importare direttamente un termine straniero. Ma storpiandolo. E così fioccano i Pepperoni (che non sono i peperoni), i Salami (che non è il salame), i Brokkoli (che effettivamente sono i broccoli, ma con 'ste kappa da bimbominkia che mi fanno morire...Bella zio, la vekkia m ha mndt al merk a kmprr i Brokkoli). 
C come CANZONI - Accendete la radio e fate una rapida incursione nel magico mondo del podcast radiofonico germanico: è un'esperienza scioccante ma che fa profondamente rivalutare il livello qualitativo della musica leggera italiana. Avete presente quando si fa zapping disperato e si capita immancabilmente su quei canali incomprensibili dove coppie di vecchietti ballano non si sa bene come e perchè? Ci sono sempre una tizia che canta con voce anonima da balera e un tizio con chitarra/fisarmonica/coretti su una base di zum-pa-pa e sintetizzatore...Eccoli! Sono le star della radio tedesca!
D come DESOLAZIONE - Ovvero, il mondo dopo le 18. Non c'è santo che tenga: i negozi chiudono, la gente esce da lavoro e tutti si barricano in casa fino alla mattina successiva. Non c'è un cane per strada. Effettivamente, non c'è nulla da fare per strada: niente vetrine, niente aperitivo, nienteeeee! 
E come ESTATE - Dove'è??? 14 gradi non sono estate!!
F come FINESTRE - C'è talmente poco sole in Germania che evidentemente far entrare luce in casa propria è una priorità assoluta; effettivamente, dopo una di quelle tetre settimane invernali in cui il grigiume ristagna nell'aria come un sudario, è bellissimo accogliere un raggio di sole in casa la prima mattina di cielo sereno...Non altrettanto bello, almeno per me, è farmi svegliare ogni santo giorno dalla luce che filtra dilaga già alle 5 del mattino facendomi cristonare poco elegantemente. Ma perchè, o amici tedeschi, non mettete delle ca**o di persiane, scuri, tapparelle, quel che volete??!! Non vi disturba la luce dei lampioni la notte? Non vi va di dormire fino alle 10 la domenica? Io ho murato meglio che ho potuto le finestre della mia stanza, ma die Sonne se ne fotte allegramente e viene a baciarmi ogni santissima alba. Guten Morgen!!!
G come GARTEN - Qui in Germania (e in particolare, ho sentito dire, in Turingia) hanno un'abitudine che mi ha incuriosita parecchio fin da subito: gli Schrebergarten. Qui a Nordhausen ce ne sono diversi, dislocati in zone periferiche a fare da "ponte" tra la città e i campi e boschi circostanti. Sono dei mini-giardini uno attaccato all'altro che si affittano, dove la gente va per rilassarsi e godersi le rare belle giornate all'aria aperta, poichè è difficile avere un giardino privato sotto casa. In quel giardino si può farci un orto, le grigliate con gli amici, un'aiuola, ed è permesso metterci un piccolo capanno prefabbricato: alcuni lo usano solo come ripostiglio per i rastrelli, ma nulla vieta di ricavarci un paio di stanzette confortevoli e spedirci il marito quando ti fa girare le balle in casa - questo spiega la presenza di antenne paraboliche, che tra patate e cipolle avrebbero poco senso.




mercoledì 20 giugno 2012

Questioni di Look...



Beh sì, diciamo pure che in Germania si vince facile. Riguardo all’abbigliamento, intendo.

 L’ampiamente diffuso (e ampiamente documentato) stereotipo del tedesco agghindato con un’improbabile accozzaglia di vestiti casuali coronati dall’immancabile sandalo con calzino è un tantino abusato forse, ma testimonia bene il livello di accuratezza con cui le persone, soprattutto dalla mezza età in poi, si vestono. Da parte loro, i tedeschi ci ricompensano con una poco lusinghiera sfilza di luoghi comuni che vanno dall’italiano cialtrone all’italiano chiassoso e caciarone, dal ladro al pizzaiolo, dal gondoliere al fannullone. Ma sul look, signori miei, regniamo incontrastati.

Se sei un italiano in Germania, non c’è straccio che indossi che non venga apprezzato all’unanimità come made in Italy style.

In Italia mi sono sempre considerata una che veste casual, termine talvolta utilizzato con l’accezione di “casuale”: jeans e maglietta e via andare, un abitino giusto per le occasioni. Dopo alcuni mesi qui, ho scoperto che i miei soliti jeans e maglietta erano considerati un casual, appunto, di grande stile: la rivelazione durante uno stupido gioco di domande a cui bisognava rispondere su un foglietto e confrontare la risposta alla fine. “Chi è più attento al look tra i tuoi amici?”…quando è saltato fuori il mio nome all’unanimità pensavo mi prendessero in giro, invece erano lì tutti seri a commentare che sì, era una t-shirt ma azzurra intonata agli orecchini e al trucco, e cascava leggermente scoprendo la spalla (e io che credevo fosse semplicemente larga, tsk!), e i jeans un po’ slavati con le all stars stinte (slavati e stinti, eh, mica vecchi) facevano molto casual chic. 
Ho fatto fatica a restare seria.

Oggi invece piove. E ci sono 15 gradi.

Dannazione, il mio orologio biologico dice che dovrebbe essere estate già da un bel po’, e che se mi metto ancora quei dannati jeans mi si incolleranno direttamente alla pelle. 
Il mio armadio pullula di abitini comprati in un tripudio di ottimismo alla vigilia delle ferie a Capoverde, appesi malinconicamente da allora. 
Ma diluvia. 
Ma voglio la gonna. 
Opto per una gonnellina di jeans abbinata a una maglietta blu e bianca, niente male. 
Bene, e le scarpe??? 
Ne ho di bellissime, altissime, apertissime, inadattissime. Sto per fare  tardi a lavoro, così sbuffo e infilo un paio di stivalacci che avevo relegato nell’angolo delle cose-d'emergenza-se-proprio-diluvia-e-non-puoi-farne-a-meno…L’ultima volta che li ho usati è stato su un campo di gara di canottaggio sul lago di Varese dopo un temporale, e questo la dice lunga sulla considerazione in cui versano. 
A coronare la mise un impermeabile stile ispettore Gadget.

Ma arrivata a lavoro, è stato un tripudio di “Du bist SOOO chic!” e “Mein Gott, du bist eine echte Italienerin” (Come sei chic! e Mioddio, sei una vera donna italiana ) e “Aaah, italienisches Style…”, sorrisi di ammirazione e commenti sulla moda milanese.

Sì, mi piace vincere facile. E camminare per strada sentendomi Bud Spencer sapendo che gli altri mi guardano manco fossi Sofia Loren. E godiamoci ‘sto momento di gloria, và!